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Kourtney Kardashian

Kourtney Kardashian

Por Pbro. Mario Arroyo

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Ha causado cierto escándalo el vestido de novia de Kourtney Kardashian, diseñado por Domenico Dolce y Stefano Gabbana, pues incluye, entre los elementos decorativos, un maravilloso encaje con la imagen de la Virgen María. ¿Ofensa premeditada?, ¿blasfemia?, ¿burla o ridiculización? Son algunas de las inquietudes que atormentan el alma de los ofendidos.

Personalmente soy muy devoto de la Virgen María, y me duele que su imagen se utilice con cierta superficialidad. Sin embargo, no considero que el vestido de novia de la Kardashian tenga una intencionalidad ofensiva. Pienso que aúna, en una magistral ejecución artística, una fuerte dosis de superficialidad, falta de pudor y pérdida del sentido de lo sacro; todos ellos pecados, no de Kourtney Kardashian, sino de nuestra sociedad postmoderna. Sencillamente Kourtney no es sino hija de su tiempo, y estos tiempos, dolorosamente, lo repito, son así.

Domenico Dolce y Stefano Gabbanna.
Foto: Renan Katayama.

Vamos analizando este juicio por partes, para que se comprenda mejor la crítica subyacente. ¿Por qué supone una falta de pudor? Porque junto con el maravilloso velo de la novia, de varios metros de longitud, Kourney lucía un “minivestido con corsé… inspirado en la lencería italiana de los años 60” (Vogue). Es decir, en términos coloquiales, la novia enseñaba demasiado, sobre todo, si se considera que estaba ataviada además con una majestuosa imagen de la Virgen María. Es decir, aunaba a la falta de pudor, entendido como mostrar sin necesidad diversas partes del propio cuerpo, cargando la atención en los atributos sexuales, el adorno de la más pura de las criaturas. El contraste artístico y conceptual es brutal, pero para quienes somos devotos de la Virgen puede resultarnos algo incómodo.

Esta crítica permite enlazar con el segundo punto: la pérdida del sentido de lo sagrado. Lo sacro o lo sagrado es, por definición, lo que se sustrae del uso común, por considerarse eximio, por hacer referencia a la realidad trascendente, a Dios, en definitiva. Los hombres no debemos dar usos banales a las realidades divinas, como un eco de aquel mandamiento de la ley de Dios: “No tomarás el nombre de Dios en vano”. No tomarás, por extensión, lo que hace referencia a Dios en vano; y la Virgen es Madre de Dios, no debe “utilizarse” en vano. Aquí la Virgen, inspirada en uno de los tatuajes del ahora esposo de Kourtney, aparece como despojada de toda su prerrogativa sobrenatural, para aparecer como un adorno “cool”, provocativo y desafiante. Se busca de intento el impacto, el cual se consigue, por lo cual, la imagen de la Madre de Dios es usada como elemento decorativo y provocador al mismo tiempo.

Ahora bien, antes de rasgarnos las vestiduras, miremos el contexto: un palacete en Portofino, dos auténticos diseñadores que son artistas italianos. Si bien, con un poco de perspectiva, podemos comprender que se trata de un caso más de lo que en Italia en general y en Roma en particular, se conoce como “lo sacro e lo profano”, la mezcla de lo sagrado con lo profano, tan común en Italia. Todo aquel que haya visto la serie “Medicis”, puede darse cuenta de que los grandes mecenas de los artistas, no han sido modelo de virtudes, y que el motivo que plasmaban era mayormente religioso. En ese sentido, quizá el más escandaloso caso del género, sea la modelo de la que se sirvió Caravaggio para pintar un magistral cuadro de la Dormición de la Virgen. Se trataba de una hermosa prostituta encontrada muerta en el Tiber, lo que en su momento escandalizó comprensiblemente a más de uno, pero que, con el paso del tiempo, pasada la tormenta, nos ha dejado plasmada una hermosa obra de arte, fuerte y realista en su interpretación.

La Dormición de la Virgen. Caravaggio.

Por último, la superficialidad. Va hermanada con la pérdida del sentido de lo sacro, de lo profundo. Lo que cuenta es la epidermis, lo que siento en el momento. Kourtney planteó su boda como un cuento de hadas; la Virgen era parte del programa, porque así llamaba la atención sobre su boda. Lo ha conseguido y aquí estoy yo haciéndole eco a su capricho. Pero pienso que nos deja un maravilloso velo de novia, que ojalá alguna novia pueda utilizar, en un matrimonio religioso, primero, único, para siempre, que sea sacramento, donde no desentonaría en lo absoluto, sino que vendría a rubricar con el arte la sacralidad del misterio matrimonial.

Kourtney Kardashian

La voce contro il tempo e l’oblio: Conversazione con Elizabeth Hertzberg

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Qualche anno fa mi sono seduta in Babelplatz – una piazza molto centrale di Berlino tra la cattedrale cattolica e l’Università Humboldt, famosa perché durante l’epoca nazionalsocialista vi furono bruciati libri inappropriati – e con una birra in mano ho guardato su uno schermo gigante il Tristano e Isotta di Wagner. Di solito una volta all’anno l’Opera di Berlino (Staatsoper) organizza un evento gratuito all’aperto sotto il motto “Staatsoper für alle” (opera per tutti). In questo modo, l’opera può raggiungere diverse generazioni e anche il passante occasionale.

Anche se si potrebbe pensare che l’opera sia per pochi, soprattutto se segue parametri più tradizionali come in Italia, è anche vero che alcuni altri luoghi sono aperti a nuove interpretazioni e innovazioni, come nel caso di Berlino, Budapest e gli Stati Uniti, dove non ci sono remore a presentare un’opera su uno schermo gigante in uno stadio di baseball. Ricordo persino una rappresentazione di Don Giovanni della Staatsoper di Berlino in cui i costumi storici furono lasciati da parte per renderla più contemporanea. Eppure il grido del Commendatore risuonava nella sala. Da un lato, l’opera potrebbe diventare più democratica, senza perdere qualità e tradizione, nel tentativo di interessare sempre più persone.

Proprio su questo punto è iniziata la mia conversazione con Elizabeth Hertzberg, una giovane soprano californiana che vive a Milano da dieci anni. Elizabeth ha studiato al Conservatorio di San Francisco, ha ottenuto una borsa di studio dalla Fondazione Avanti e ha anche partecipato e vinto diversi concorsi di canto. Le sue interpretazioni sono varie, da Ameniade (Tancredi), Ilia (Alcina), Rosina (Il barbiere di Siviglia), Zerlina (Don Giovanni), Frasquita (Carmen), Valencienne (La vedova allegra), Lucy (The Telephone), Lisa (Das Land des Lächelns) alla musica da camera e molte altre.

La Hertzberg ha studiato un master in interpretazione e tecnica vocale al conservatorio di Modena, dove ha incontrato la famosa soprano bulgara Raina Kabaivanska, che è stata anche sua insegnante e con la quale ha registrato un album. L’Orchestra Filarmonica Italiana, la Kabaivanska e la Brilliant Classics si riunirono al Teatro Comunale della città di Modena per eseguire l’opera Telephone di Menotti. Elizabeth aveva il ruolo di Lucy; e confessa che è stata una grande esperienza e che è stata una grande impressione trovare il disco alla Feltrinelli, una delle librerie più importanti d’Italia. Per Elizabeth fu una grande soddisfazione e sorpresa, quando un anno dopo aver registrato il disco, lo ha trovato nella sezione musica della Feltrinelli e ha pensato che qualcuno avrebbe voluto comprarlo e ascoltare la sua voce. In questo settore si lavora su un progetto, e quando un progetto si conclude con successo dà un certo senso alla vita.

La voce di Elizabeth Hertzberg è stata ascoltata da migliaia di persone alla Carnegie Hall, al teatro dell’opera di Sofia (Bulgaria), nei teatri di Parma, Modena, nelle chiese e nelle sale storiche di varie città europee. Secondo le sue stesse parole, essere una cantante significa portare la musica in tutti gli angoli del mondo. E così, la sua voce diventa lo strumento contro il tempo e l’oblio.

Elizabeth Hertzberg, Kennedy Center Opera House.

La ringrazio per aver trovato tempo per questa intervista, tra le continue prove, impegni e concerti. Lei vive da diversi anni in Italia, dove c’è una grande tradizione lirica, quali differenze trova con le produzioni in altri paesi?

In ogni grande e piccola città italiana c’è un teatro dove ci sono regolarmente produzioni di Puccini, Verdi e anche Mozart. Si può dire che l’Italia, essendo la fondatrice dell’opera, è più tradizionale, rispetto ad altri posti come Berlino e Budapest. Le produzioni di compositori contemporanei non sono comuni, perché hanno già Puccini, che è un grande. A volte sembra che l’opera sia bloccata in Tosca, Le nozze di Figaro e Don Giovanni. Mentre in altri posti c’è più sperimentazione e più apertura, per esempio al Metropolitan Opera c’è una produzione, Euridyce, che riprende il mito di Orfeo e il salvataggio di Euridice dagli inferi, ma dalla sua prospettiva. Il libretto è di Sarah Ruhl e la musica è di un giovanissimo compositore americano, Matthew Aucoin. Ha solo 31 anni e ha già messo in scena un’opera nella Met. È importante continuare con la tradizione delle grande opere, che hanno il potere di muovere la nostra profondità, ma è anche ugualmente importante lasciare uno spazio con la finalità di che le nuove proposte possono essere sentite. Queste nuove opere possono diventare le prossime grande opere.

Mamma mia veramente è giovanissimo. Qualche anno fa ho assistito a una rappresentazione di Don Giovanni, dell’Opera di Berlino e sono rimasta sorpresa dal fatto che, sebbene si trattasse dello stesso libretto e della stessa musica di Mozart, si erano presi alcune libertà interpretative, soprattutto nei costumi, che erano contemporanei e lasciavano fuori l’atmosfera del periodo. Credo che questo e i programmi dell’opera all’aperto aiutino molto a rinnovare il pubblico. Oltre al fatto che i biglietti non sono inaccessibili.

Il momento storico dell’opera è qualcosa d’importante per capire il tempo e la visione del mondo del compositore, ma è anche bene avere una mente aperta a nuove interpretazioni. In America succede qualcosa di simile, per esempio quando un’opera viene eseguita in uno stadio di baseball. È qualcosa di necessario perché quest’arte sopravviva, per portare molte persone a vivere un’esperienza che tocchi il loro cuore. Altrimenti, la cultura dell’opera potrebbe morire.

Bist du bei mir, J. S. Bach

È vero, in un certo senso l’opera cessa di essere per un gruppo dell’élite culturale per poter raggiungere molti e  far apprezzare la bellezza, senza diminuire la qualità. Avvicinare l’alta cultura alla cultura di massa è senza dubbio un passo importante per mantenere la tradizione. In un’occasione a Milano, ho pesato illusoriamente di poter comprare un biglietto per la Scala, ma erano esauriti e un po’ cari per il budget da studente che avevo. Per non parlare del prezzo.

Purtroppo non è così facile entrare alla Scala, acquisire un biglietto essendo uno studente o un giovane è complicato. Perché anche se c’è un certo numero di biglietti che lasciano per l’ultimo minuto, bisogna andare all’ufficio per registrarsi e tenere d’occhio tutto il giorno per vedere se ci sono dei biglietti rimasti. Chi può tenere d’occhio tutto il giorno? Anche se tu volessi andare, se non hai i soldi, non puoi permetterti di perdere la giornata lavorativa. Questo limita davvero il pubblico. Idealmente sarebbe più facile, ma siamo a Milano e il galateo funziona così. In un’occasione, un ragazzo è arrivato in ritardo e sudato perché, anche se aveva il biglietto, non lo facevano entrare all’ingresso perché indossava i jeans. Così è dovuto correre da H&M per comprare un paio di pantaloni più formali e tornare indietro.

Su una nota più personale, com’è nato il suo interesse per l’opera e la sua vocazione di cantante?

Da quando avevo sei anni, ho iniziato a suonare il pianoforte. Avevo già allora un interesse per la musica, ma non avevo ancora scoperto la voce. Quando avevo dieci anni, i miei genitori comprarono un CD con diverse versioni dell’Ave Maria di Schubert, e quando lo ascoltai, provai a imitarlo cantando e mi resi conto che potevo raggiungere i toni. Fu così che scoprii la mia voce. Poco dopo una zia, che amava l’opera, mi fece vedere l’opera La Traviata e non avevo mai visto niente di così bello. Pensai che fosse un sogno e che quello era il mondo in cui volevo vivere. La musica mi ha sedotto.

Fin da quando eri bambina. L’opera è di solito in italiano, tedesco e francese. Quante lingue bisogna imparare o basta memorizzare il libretto?

Un cantante ha una formazione molto completa, soprattutto se sei americano, perché l’opera non è nostra, come lo è per gli europei. In Spagna c’è la zarzuela, l’Italia e la Germania hanno una tradizione di opera e di musica da camera ed è per questo che la maggior parte della musica classica è in quelle lingue. Al conservatorio si studiano queste lingue, anche se questo non significa che le parli come se le avessi imparate vivendo lì. Quando ci si prepara, si studia il testo, lo traduco, capisco il significato del testo e quindi lo posso esprimere. Inoltre, i musicisti hanno un buon orecchio, quindi possiamo imitare gli accenti.

The Telephone, Menotti.

Tu hai un ottimo orecchio e la capacità di imitare; mi piacerebbe anche a me averlo, io vorrei migliorare il mio accento. Hai una formazione molto completa, ma ti stai ancora allenando, come combini la formazione e i concerti con la maternità?

Solo una parola: i nonni. Senza aiuto non si può fare nulla. Fortunatamente mia madre ha potuto passare molto tempo con noi. Naturalmente anche mia suocera ci aiuta. E ora mio padre sta passando un po’ di tempo qui. Poi mia madre verrà per la prossima stagione concertistica.

I nonni sono una parte fondamentale della genitorialità. Cambiando un po’ argomento, quale personaggio ti piacerebbe interpretare o quale di quelli che hai interpretato è il tuo preferito e perché?

Che domanda difficile, perché non è che ho un personaggio preferito. Mi piace scoprire sempre nuova musica, non solo l’opera, ma anche la musica da camera come Bach. Mi innamoro dei pezzi che studio in quel momento. Per esempio, in questo momento sto studiando Lulu di Berg, che è un’opera molto difficile. Berg era un compositore austriaco, nel 1935, fu studiante di Schoenberg. In questo momento Lulu e la sua aria è quella che mi ha rubato la mente. In realtà ho trovato online il primo e il secondo atto, ma il terzo mancava e si poteva ordinare a prezzi esorbitanti. Qualche giorno fa ero a Budapest e uscendo dal concerto ho trovato una libreria di musica usata. E lì, ad aspettarmi, ho trovato il terzo atto. Avevo bisogno del terzo atto per capire meglio Lulu. Per fortuna mi stava aspettando; sapete, sono queste le cose belle della vita, quei piccoli regali che ci aspettano e ci sorprendono.

Elizabeth Hertzberg nella Sofia Opera and Ballet.

Il terzo atto era per te; ti aspettava dove meno te lo aspettavi. Hai questo processo di innamoramento del pezzo e poi come ti prepari ad eseguirlo?

Il momento culminante è il concerto, e naturalmente è molto bello, ma la mia parte preferita è il lavoro precedente per raggiungere l’interpretazione. Il lavoro che si fa con i musicisti è molto importante, perché insieme si scoprono molte cose e sfumature. Poi si può sperimentare la bellezza della musica. Cantare è qualcosa di molto speciale, molto intimo, perché la voce è uno strumento e il tuo corpo allo stesso tempo. Ascolti il tuo timbro e la tua risonanza e interpreti. Impari dai compositori, li leggi e tutto è molto poetico. Più vai in profondità con il testo e più capisci le cose e così hai la tua esperienza musicale. E poi trasmetti questa esperienza al pubblico.

A proposito di questa esperienza, può essere molto commovente. A volte è molto visibile che un cantante sia commosso, ma la voce non vacilla e continua a cantare. Come puoi cantare se sei commossa?

Quando si canta in pubblico, in un concerto, bisogna avere la forza mentale di controllarsi. L’auto-movimento è un atto egoista, perché hai già vissuto quell’esperienza, e nel momento del concerto si tratta di dare. Mi è capitato nella pratica di commuovermi; l’altro giorno stavo provando il Sommerabend e altri pezzi di Aldo Finzi e Castelnuovo-Tedesco. Ho sentito l’atmosfera estiva, i grilli, il fiume e improvvisamente mi sono commossa, perché ho pensato: che bello che sia così che mantengono in vita queste persone. Continuiamo a ricordarli e mantenendo viva la loro musica, combattiamo contro il tempo e l’oblio. Spero di rendere giustizia a ciò che hanno scritto. Perché la voce è il cuore e lo strumento che riesce a comunicare tempi passati, sentimenti e vita.

Kourtney Kardashian

Migrantes

 “Porque me duele si me quedo,
pero me muero si me voy
”.
María Elena Walsh,
Serenata para la tierra de uno

Las migraciones tienen en mi historia personal un carácter fundacional. Mi propia genealogía es la confluencia casual de múltiples migraciones. Mis antepasados recientes dejaron un día su terruño natal para emprender un viaje sin regreso. El hambre, la guerra, la peste, la falta de oportunidades, entre otras injusticias, los forzó a embarcarse hacia una nueva vida. Algunos solos y otros en familia se aventuraron en una larga travesía que los llevaría a la costa atlántica sur de América: Argentina. 

Mi abuelo paterno Luis Barry con sus padres y hermanos.

Historias de muchos hombres y de muchas mujeres. Proezas personales que no habrían de pasar jamás a la Historia, pero que gestaron cada una un propio descubrimiento de este continente. Continente que, sin saberlo, habría de contener sus memorias definitivas. 

Mi abuela materna Ana María Guasch con sus padres y hermanos.

A esta tierra han venido y siguen viniendo pobladores de los más diversos orígenes y de tierras extrañas entre sí. Algunos incluso de países que ya no existen. En el caso de mi familia, mis abuelos y bisabuelos provienen de disímiles regiones de Europa: Irlanda, Andalucía, Cataluña, Lombardía, Calabria. Ya en Argentina, se asentaron a su vez en distintos suelos del interior del país. Por parte de mi esposo, su propio padre y abuelos vinieron de Rusia, siguiendo un sinuoso derrotero; y por el lado de su madre, sus parientes provienen de Italia y España. Ambos compartimos así un legado de vivencias culturales muy variadas. 

Mi bisabuela paterna Concepción Maineri con sus padres y hermanos.

Los caminos migratorios pueden tener distintas extensiones. Mi padre y mi madre han hecho el suyo propio, dejando sus respectivos pueblos de provincia para ir a estudiar a la ciudad. Ejemplo que ejerció siempre mucha fuerza en mí, además de ser el hecho indispensable para que se conocieran. 

Mi abuelo materno Diego Zapata con su profesor y compañeros de violín.

En mi caso, yo también fui una vez migrante. Recién casados, nos fuimos mi esposo y yo a Alemania, un país con el cual ninguno de los dos guardaba parentesco. Nos impulsó la ilusión de un nuevo horizonte, la amistad con nuevas personas, la curiosidad ante una rica cultura de científicos y pensadores y el desafío de una lengua difícil de conquistar. Pero, finalmente, fue el nacimiento allí de nuestro hijo nuestro principal vínculo afectivo con ese, nuestro primer hogar. Hecho que determinó a su vez el motivo de nuestro pronto regreso a Argentina, dado que preferimos que su crianza se diera rodeada de la enorme familia que ahí lo esperaba.

Si bien hace ya quince años que regresamos, en aquella larga experiencia de casi seis años pude vivenciar yo misma lo que es la despedida y la incertidumbre de no saber si iba a volver. Pero a su vez pude experimentar también ese irremovible sentimiento de ser extranjero. ¿Pero qué es realmente lo que nos hace extranjeros? Más allá de las obvias cuestiones legales, de las visas y los pasaportes, aún cuando el entorno de nuestro nuevo país de residencia nos pueda resultar amigable, persiste siempre en nuestro interior un juego de arraigo y desarraigo. 

Konstanz, Alemania. 2005

Siempre me llamó la atención un concepto que debe ser común a varios idiomas, que se da claramente tanto en español como en alemán y que puede ser una primera clave para comprender ese paradójico sentimiento de pertenecer y no pertenecer a un determinado lugar. Por un lado, tenemos la “patria”, que hace referencia implícita a la tierra del padre, lo cual en alemán es literal en el término “Vaterland”; y por otro lado tenemos la “lengua materna”, con su correspondiente en alemán “Muttersprache”. Hay una fuerte referencia genética en ambos. Los dos términos señalan un origen ineludible, según el cual la tierra parece ser la herencia paterna y la lengua, la materna.

Sin ahondar ahora en lícitas cuestiones de género, podemos hacer foco en ese efecto que “tierra” y “lengua” ejercen en relación a nuestra capacidad de raigambre. La tierra se refiere por un lado a terreno: es espacio geográfico, es paisaje, es clima, es el alimento que allí puede crecer y sus nutrientes específicos. Por otro lado, es territorio, es demarcación política, es su organización interna, es frontera. La lengua, en cambio, es palabra, es pensamiento, es habla y es posibilidad de silencio. Puede ser monólogo, como puede ser diálogo; puede llegar a ser ben-dición o mal-dición. En cualquier caso, siempre la llevamos a cuestas, no importa en qué tierra nos encontremos. 

Al aprender un nuevo idioma siempre se aconseja tratar de “pensar” desde ese idioma. Yo no creo haber logrado pensar en alemán, pero sí al menos he llegado alguna vez a soñar en él, lo cual suele ser muy gracioso. Es claro que nuestra “matriz” está dada más por las palabras con las que pensamos, que por el suelo que pisamos. Es nuestra configuración inicial, pero no por eso es absoluta, de tal manera que podemos llegar en parte a emanciparnos. De hecho, mi esposo y yo impulsamos a nuestro hijo, cuya lengua materna es el español, a aprender alemán, para que conserve un lazo con la ahora lejana tierra donde no sólo nació, sino que fue un hito importante en nuestra historia familiar.

La cuestión es que cuando uno ya vivió como extranjero, esa tensión entre tierra y lengua hace mella en nuestro interior y pervive inconscientemente, de tal modo que, al volver, lo que antes era propio, tiene ahora también algo de ajeno. Uno adolece así de incontables migraciones internas que te permiten no estar sujeto a ningún lugar, aun cuando uno supone haber echado raíces. 

Aunque nunca libre de contradicciones, esa libertad, es la que me permite anticipar que un día será mi hijo el que habrá de partir para seguir su propio rumbo. Y que se llevará consigo nostalgia de la tierra en la que creció y palabras y pensamientos en su lengua, pero será él mismo quien podrá elegir dónde hacer crecer sus nuevas memorias.  

Argentina. 2020
Kourtney Kardashian

Il caffè sospeso

Valerio Pellegrini

Altre lingue: 🇪🇸

Siamo a Napoli centro. Il vociare dei commercianti e dei turisti riempie le strade di colore e allegria. Mentre ci perdiamo tra i piccoli vicoli adiacenti a Via S. Gregorio Armeno tra odori di pizza e castagne scorgiamo un bar. Decidiamo dunque di entrare per bere qualcosa, si proprio un bel caffè è quel che ci vuole dopo questa bella camminata! Andiamo al bancone per ordinarlo quando, inaspettatamente, ci viene servito senza dover pagare, “è sospeso” dice il barista. Ebbene sì, con sorpresa e improvvisamente, scopriamo e ci troviamo catapultati in questa tradizione tutta napoletana del caffè sospeso. Un caffè che ci aspettava, offerto da qualcuno che è passato prima di noi, qualcuno che neanche conosciamo, per quelli che sarebbero venuti dopo. 

Caffè Gambrinus, Napoles
Gran Caffè Gambrinus, Napoli

È a partire da questa tradizione che vorrei parlarvi dell’attesa, visto anche l’imminente inizio del tempo dell’avvento. Quello dell’attesa è un tema centrale nella nostra modernità in cui tutto sembra essere così veloce, fatto di istanti, di momenti che si perdono tra un luogo ed un altro tra una persona ed un’altra, attimi da rubare al presente per poterci sentire vivi anche solo per qualche secondo. Tanti momenti che non riusciamo più a vivere pienamente, assaporandone l’intensità, perché già stiamo aspettando l’istante successivo che forse sì, sarà quello buono per poter finalmente essere pienamente noi stessi!

Sembra quasi che, in questo turbinio che va tra un messaggio sui social networks, una e-mail e una chiamata, ci troviamo come continuamente immersi nei vicoli di Napoli fatti di colori, profumi, allegria, caos vagando senza meta tra un ristorante, un negozio e un aperitivo. Come i vicoli di Napoli, i continui input a cui siamo sottoposti potrebbero disorientarci, farci sentire persi e addirittura anche soli. Dei nuovi Robinson Crusoe metropolitani.

Piazza del plesbiscito, Napoli

Abbiamo forse perso la capacità di aspettare e di avere pazienza? Abbiamo forse perso la capacità di assaporare con lentezza i diversi gusti del presente e della vita? Eppure è proprio nell’essere presenti nel qui ed ora che scopriamo la bellezza della vita! Quello che invece sperimentiamo è una costante insoddisfazione, una voracità, una fame di istanti che riaccenda la nostra dopamina un secondo dopo l’altro. Verrebbe da domandarsi con T.S. Eliot: “Dov’è la saggezza che abbiamo perso nella conoscenza? Dov’è la conoscenza che abbiamo perso nell’informazione?”.

Forse per comprendere a pieno la dinamica dell’attesa e la sua radice è necessario entrare pienamente nella dinamica del caffè sospeso, una dinamica di gratuità che per un momento ci tira fuori dal tram tram di Napoli e da tutti i suoi continui stimoli. Ma cosa ha a che fare la gratuità con l’attesa? Come un semplice caffè offerto ci può parlare dell’attendere?

A questo punto è necessario fare un balzo indietro ed entrare nel mistero delle parole. Non è casuale che la parola attendere in spagnolo (esperar) abbia la stessa radice della parola speranza (esperanza), il latino spes che a sua volta deriva dal sanscrito spa che significa guardare. Un significato originario simile può ritrovarsi curiosamente anche nell’italiano aspettare, dal latino ad-spicere, guardare verso, ed anche nel verbo inglese to wait (aspettare) che ha la stessa radice del verbo to watch (guardare): il franco wahtijan, e che significa proprio guardare.

Già questi brevi cenni etimologici ci fanno intuire che la parola attendere ha a che vedere con il guardare. Ma perché guardare? Cosa significa guardare? E poi guardare chi o cosa? È sufficiente guardare noi stessi per aspettare o è necessario guardare un altro? È qui che forse si svela il mistero del caffè sospeso e quindi anche dell’attesa. La società in cui viviamo sembra invitarci continuamente a guardare, ma a guardare noi stessi, le nostre esigenze, le nostre necessità, a creare la nostra storia di Instagram per essere guardati o addirittura guardarci da soli, ma raramente ci invita a guardare le necessità dell’altro.

Una volta entrati in quel bar di Napoli il tempo si è come fermato, si è sospeso per l’appunto, siamo rimasti sospesi nel presente proprio come il caffè, siamo rimasti sorpresi, ci siamo sentiti improvvisamente guardati, in una parola amati. Un’esperienza di gratuità ci ha come restituito il tempo, il presente, qualcuno aveva dato qualcosa di sé per noi e proprio non aspettandocelo ci ha ridato la speranza, la capacità di attendere e quindi di amare non solo noi stessi ma anche l’altro e ciò che ci circonda. Quella persona che ci aveva pagato il caffè ci aveva guardato, pur non conoscendoci e non sapendo chi sarebbe stato il prossimo cliente, aveva donato senza aspettarsi nulla in cambio. 

Foto: Richard Balane by Pexels

La nostra capacità di attendere è il nostro saperci già attesi, il caffè sospeso è forse una metafora per parlare a tutti noi in questi tempi così confusi, veloci e movimentati in cui le brutte notizie si succedono e attendiamo tutti una buona notizia. Il caffè sospeso ci parla proprio dell’avvento, un momento in cui ci mettiamo nell’attesa di scoprirci attesi. Cosa è l’attesa della nascita di Gesù se non un momento sospeso in cui scoprirci amati, attesi dalla buona notizia dell’amore che viene e verrà ogni giorno? Cos’è la nascita di Gesù se non quella grazia, quella gratuità inaspettata che ci sorprende ogni giorno della nostra vita, che ci ridà la capacità di sperare, di aspettare e di amare?

Gran Caffé Gambrinus
Gran Caffé Gambrinus, Napoli

 Quella persona che ci ha offerto quel caffè ci ha atteso affinché noi potessimo scoprirci attesi, nel suo dono ci siamo scoperti dono. Ecco che usciti da quel bar di Napoli possiamo guardare a tutti quei colori, quei sapori, quei suoni che prima ci sembravano senza senso, che ci portavano ad una confusione eccitante e a allo stesso tempo ad un senso di angosciante solitudine, con occhi nuovi, con gli occhi di colui che si sa già atteso, che accoglie, e tutto improvvisamente riacquista senso. Nulla è più come prima, non siamo più ladri di istanti, non dobbiamo più cercarci tra un’emozione e l’altra o difenderci da questo apparente caos ma siamo improvvisamente amati e amanti. Un vero mistero, una vera grazia! 

(Proprio in questi giorni nella chiesa di San Severo fuori le mura, al Rione Sanità, nel cuore di Napoli, è partita l’iniziativa del tampone sospeso dell’associazione Sanità Diritti in Salute e di Fondazione San Gennaro che permette di poter effettuare un tampone Covid a 18 euro. Chi vuole, può donare anche un tampone a chi non può permetterselo. Verrebbe da da dire, questa è davvero la buona notizia!)

Más que un café

En la esquina de la Plaza de Trento en Nápoles se encuentra el legendario Gran Caffé Gambrinus. No se trata únicamente de una elegante cafetería que data desde 1860, decorada con Art Nouveau, donde Gabriele D´Annunzio y otros intelectuales se reunían por horas a disfrutar de un buen café y postres.

El Gran Caffé Gambrinus comenzó una hermosa tradición napolitana: el caffé sospeso. Para lo italianos, uno de los grandes placeres de la vida, es beber un buen café. En ocasiones pueden aparcar en segunda fila solamente por un espresso. Nadie debería estar privado de un café. Pensando en el otro, es cómo surgió la tradición en la que un cliente paga por dos cafés. Uno lo bebe y el otro queda suspendido, no pertenece a nadie en particular y cuando alguien no puede pagar, basta con pedir un caffé sospeso.

El dicho napolitano “un va o bar e pac o caffè p’ iss e chi ven aropp p’accumnzza bon a jurnat” que significa: cuando vas a una cafetería, paga dos cafés, para que también alguien más pueda comenzar bien su día; es una gran expresión solidaria.

MDNMDN