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Il paradiso perduto

Il paradiso perduto

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Quando una persona nuova inizia a far parte della nostra vita, specialmente se sentiamo dei sentimenti forti verso di lei, una delle prime cose che facciamo è farle vedere le nostre foto di quando eravamo bambini. È forse un modo per dirle, guarda questo sono io, questa è la mia essenza, guarda quanto ero carino! Ora magari sono totalmente diverso e mi sento brutto però è come se volessimo sottolineare: guarda io non sono questo che vedi, sono quello! 

Il tema dell’infanzia è strettamente connesso con quello dell’origine, della nostra natura più profonda che in qualche modo sentiamo come di aver perso o che abbiamo bisogno di rivelare per mostrare agli altri chi siamo o meglio per ricordare a noi stessi chi siamo.

È interessante notare come abbiamo bisogno di ricordarci chi siamo proprio quando facciamo entrare qualcuno nella nostra vita o qualcosa la colpisce, come se l’altro, in senso ampio, con la sua sola presenza mettesse in questione la nostra identità. Effettivamente la parola “altro” deriva dal latino “alter”, l’altro per sua stessa natura altera i nostri equilibri, li mette in crisi (in decisione). È li che per supplire a questo vuoto che sperimentiamo abbiamo bisogno di tornare alle origini, mostrando foto della nostra infanzia, dei nostri amici e parenti.

Non abbiamo altro modo per dire chi siamo che, paradossalmente, mostrando un “altro” o “altri”. Si un altro, perché noi non siamo più ciò che eravamo, siamo qualcun’altro e guardando al passato vediamo un’altra persona. Nel non accettare questa “alterità” rischiamo di vivere in una continua malinconia, una a-relazionalità con noi stessi. 

Robert Doisneau, Les écoliers de la rue Damesme, 1956 @ Atelier Robert Doisneau

L’infanzia è spesso collegata anche con la gratuità dell’amore, una sorta di paradiso, proprio perché sperimentiamo un affetto incondizionato e un amore che non chiede nulla indietro. Facendo esperienza di questa gratuità che riceviamo dagli altri fondiamo il nostro modo di agire futuro.

È normale dunque vivere questa malinconia per qualcosa che non c’è più, ma forse è ancor più normale ricordare l’infanzia come luogo propulsivo per il nostro presente e futuro per cui essere grati. Ovviamente, come tutta la vita, anche l’infanzia può essere costellata da traumi più o meno grandi, è per questo che è anche necessario tutelarla con tutti i mezzi possibili.

Quel che molto spesso accade è che dall’infanzia non si esce mai, vuoi perché la consideriamo un paradiso da ritrovare, vuoi per i traumi. Per alcuni l’infanzia dura tutta la vita. La parola infanzia deriva dal verbo latino arcaico fari che significa parlare che con l’aggiunta di in- assume il significato di colui che non parla. Quante volte ancora non riusciamo a parlare, a tirare fuori la nostra voce, chi siamo, il nostro essere.

Siamo tutti infanti alle volte. È forse lasciando andare quell’ “origine” e tutte le nostre “origini” che possiamo essere di nuovo origine per noi e per gli altri, quante infanzie abbiamo vissuto e viviamo nella nostra vita che non vogliamo abbandonare. Ogni origine è però tale perché libera, non chiede il permesso, è.

Robert Doisneau, L’information scolaire, Paris 1956 © Atelier Robert Doisneau

Forse è comprendendo e accettando la libertà di ciò che ci precede e ci trascende che possiamo vivere anche noi liberi e non in una perenne sindrome dell’abbandono in cerca dei nostri paradisi perduti o dei nostri traumi, forse è così che possiamo finalmente uscire dall’infanzia e iniziare a parlare davvero, non di cosa abbiamo perduto ma della libertà che ci ha insegnato quell’assenza di ciò che ci rendeva felici nella gratuità o di ciò che ci ha traumatizzato in una continua origine.

C’è un bellissimo disegno di Snoopy che forse può riassumere questo mistero dell’infanzia: da piccolo ti insegnano a parlare. Da grande devi imparare a tacere. Stranezze dell’esistenza.

Dennis Stock, Venice Beach Rock Festival, 1968
Il paradiso perduto

El paraíso perdido

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Cuando una nueva persona empieza a formar parte de nuestra vida, especialmente si sentimos fuertes sentimientos hacia ella, una de las primeras cosas que hacemos es enseñarle nuestras fotos de cuando éramos niños. Es quizás una forma de decirle, “mira esto soy yo, esta es mi esencia, ¡mira que lindo era! Ahora tal vez soy totalmente diferente y me siento feo” pero es como si quisiéramos enfatizar: “¡mira no soy lo que ves hoy, soy ese!” 

El tema de la infancia está estrechamente relacionado con el del origen de nuestra naturaleza más profunda. Origen que de alguna manera sentimos que hemos perdido o que necesitamos revelar para mostrar a los demás quiénes somos, o más bien para recordarnos a nosotros mismos quiénes somos.

Es interesante observar cómo necesitamos recordar quiénes somos precisamente cuando dejamos que alguien entre en nuestra vida o que algo la afecte, como si el otro, en sentido amplio, con su sola presencia pusiera en cuestión nuestra identidad. En efecto, la palabra “altro” (otro en italiano) viene del latín “alter”, el otro por su propia naturaleza altera nuestro equilibrio, lo pone en crisis (en un momento de decisión).

Es ahí donde para compensar este vacío que experimentamos necesitamos volver a nuestros orígenes, mostrando fotos de nuestra infancia, de nuestros amigos y familiares. No tenemos otra forma de decir quiénes somos que, paradójicamente, mostrando un “otro” o “otros”. Sí, otro, porque ya no somos lo que éramos; somos otra persona y mirando hacia atrás vemos a otra persona. Al no aceptar esta “otredad” nos arriesgamos a vivir en una continua melancolía, una a-relación con nosotros mismos. 

Robert Doisneau, Les écoliers de la rue Damesme, 1956 @ Atelier Robert Doisneau

La infancia también suele estar relacionada con la gratuidad del amor, una especie de paraíso, precisamente porque experimentamos un afecto incondicional y un amor que no pide nada a cambio. Al experimentar esta gratuidad que recibimos de los demás basamos nuestra forma de actuar en el futuro.

Por tanto, es normal experimentar esta melancolía por algo que ya no está, pero quizás sea aún más natural recordar la infancia como un lugar propulsor de nuestro presente y futuro por el que estar agradecidos. Evidentemente, como toda la vida, la infancia puede estar salpicada de traumas más o menos grandes, por lo que también es necesario protegerla con todos los medios posibles.

Lo que ocurre muy a menudo es que nunca salimos de la infancia, ya sea porque la consideramos un paraíso a redescubrir o por traumas que no conseguimos superar. Para algunos, la infancia dura toda la vida. La palabra infancia deriva del verbo latino arcaico fari, que significa hablar, y con la adición de in- adquiere el significado de quien no habla. ¡Cuántas veces seguimos siendo incapaces de hablar, de expresar nuestra voz, lo que somos, nuestro ser!

Todos somos niños a veces. Es quizás al dejar ir ese “origen” y todos nuestros “orígenes” que podemos volver a ser un origen para nosotros mismos y para los demás ¡cuántas infancias hemos vivido y vivimos en nuestras vidas que no queremos abandonar! Sin embargo, todo origen es tal porque es libre, no pide permiso, lo es.

Robert Doisneau, L’information scolaire, Paris 1956 © Atelier Robert Doisneau

Tal vez sea comprendiendo y aceptando la libertad de lo que nos precede y nos trasciende que nosotros también podremos vivir libres; y no en un perpetuo síndrome de abandono en busca de nuestros paraísos perdidos o de nuestros traumas. Tal vez sea así como podamos por fin salir de la infancia y empezar a hablar de verdad, no de lo que hemos perdido sino de la libertad que nos enseñó esa ausencia de lo que nos hacía felices en la gratuidad, o de lo que nos traumatizaba para vivir en una continuidad con el origen.

Creo que  todo este misterio de la infancia puede ser resumido con un lindo dibujo de Snoopy que dice “cuando eres pequeño te enseñan a hablar, cuando eres grande tienes que aprender a callar. Rarezas de la existencia”. 

Dennis Stock, Venice Beach Rock Festival, 1968
Il paradiso perduto

The Lost Paradise

Other languages: 🇪🇸 🇮🇹

When a new person starts to be a part of our life, especially if we feel strong feelings towards her, one of the first things we do is to show her our pictures from when we were kids. It is perhaps a way to tell that person, look this is me, this is my essence, look how cute I was! Now maybe I’m totally different and I feel ugly but it’s like we want to emphasize: look I’m not what you see now, I’m that! 

The theme of childhood is closely connected with that of the origin, of our deepest nature that we somehow feel as if we have lost or that we need to reveal in order to show others who we are or rather to remind ourselves who we are. It is interesting to note how we need to remember who we are precisely when we let someone into our life or something affects it, as if the other, in a broad sense, with his/her or its presence alone puts our identity in question. Indeed, the word “other” comes from the Latin “alter”, the other by its very nature alters our balance, puts it in crisis (in decision).

It is there that to make up for this emptiness that we experience we need to go back to our origins, showing photos of our childhood, of our friends and relatives, our relations. We have no other way to say who we are than, paradoxically, by showing an “other” or “others”, showing our relations. Yes another, because we are no longer what we were, we are someone else and looking back we see another person. In not accepting this “otherness” we risk living in a continuous melancholy, an a-relationality with ourselves. 

Robert Doisneau, Les écoliers de la rue Damesme, 1956 @ Atelier Robert Doisneau

Childhood is also often connected with the gratuitousness of love, a kind of paradise, precisely because we experience unconditional affection and a love that asks nothing back. By experiencing this gratuitousness that we receive from others we base our way of acting in the future.

It is therefore normal to experience this melancholy for something that is no longer there, but perhaps it is even more normal to remember childhood as a propulsive place for our present and future for which to be grateful. Obviously, like all of life, childhood can be punctuated by more or less great traumas, which is why it is also necessary to protect it with all possible means.

What very often happens is that we never get out of infancy, either because we consider it a paradise to be rediscovered or because of traumas. For some, infancy lasts a lifetime. The word infancy derives from the archaic Latin verb fari, which means to speak, and with the addition of in- takes on the meaning of one who does not speak.

How many times we are still unable to speak, to express our voice, who we are, our being. We are all infants at times. It is perhaps by letting go of that “origin” and all our “origins” that we can be an origin again for ourselves and for others, how many infancies we have lived and live in our lives that we do not want to abandon. However, every origin is such because it is free, it does not ask permission, it is. 

Robert Doisneau, L’information scolaire, Paris 1956 © Atelier Robert Doisneau

Perhaps it is by understanding and accepting the freedom of what precedes us and transcends us that we too can live free and not in a perpetual syndrome of abandonment in search of our lost paradises or our traumas, perhaps it is in this way that we can finally emerge from childhood/infancy and begin to really talk, not about what we have lost but about the freedom that taught us that absence of what made us happy in gratuitousness, or what traumatized us, in a continuous flourishing origin.

There is a beautiful quote of a drawing of Snoopy that can perhaps sum up this mystery of childhood: when you are a child you are taught to speak. When you grow up you have to learn to keep quiet. Strange things of existence.

Dennis Stock, Venice Beach Rock Festival, 1968
Il paradiso perduto

Love kills, scars you from the start: de la independencia a la dependencia

Otros idiomas: 🇬🇧 🇮🇹

“El amor mata, te hiere desde el principio”;”El amor no te deja solo”: así dice la famosa canción de Queen. 

En un mundo en el que vivimos en el mito de la independencia y la soledad universal, el amor parece ser sólo un peligro del que hay que huir o con el que hay que llegar a un compromiso para alcanzar algún objetivo predeterminado (una familia, unos hijos, un trabajo), algo que hay que controlar, algo que nos da miedo. Se acerca San Valentín, y estamos dispuestos a celebrar nuestra soledad, nuestra independencia, con regalos que cubran nuestro miedo ¿Se ha convertido el amor en una formalidad como cualquier otra? ¿Se ha reducido a algo que debe contenerse entre las paredes de un hogar, en una pareja, en una pequeña comunidad? ¿Ha perdido su naturaleza universal? ¿Es una pérdida de tiempo?

Hemos crecido en una cultura en la que el mito a seguir es el de la independencia económica y emocional, el de salir adelante por nosotros mismos. Hemos trasladado los paradigmas del razonamiento económico a los de la sociedad. Hemos pasado de una economía de mercado a una sociedad de mercado en la que todo tiene un precio, el precio de nuestra independencia, o la ilusión de ella; el precio del tiempo que se ha convertido en dinero.

Hay muchos caminos psicológicos, de coaching, de crecimiento personal, que celebran obsesivamente la “libertad” y la independencia. Mucha gente está ahora obsesionada con ser afectivamente dependiente de alguien; un mal que hay que curar, un mal que hay que evitar o, si pierdes el control, del que hay que escapar. Cuando algo va mal en una relación, estamos listos para llamarla tóxica, para huir inmediatamente; el riesgo es… el riesgo es… …. morir ¿Pero no es eso el amor? El amor duele desde el principio ¿No es el enamoramiento la apertura de una herida? ¿No busca el amante el contrapunto de su propia fragilidad buscando la herida del otro, incluso creándola él mismo?

Si lo pensamos, toda la fase del enamoramiento, hoy en día, también es vista de forma negativa, como una pérdida de tiempo para alcanzar el ansiado vínculo corporal, dominada por una sexualidad imperante que cubre el vínculo más profundo elegido como único lenguaje de los amantes (“la sexualidad emancipa” es el lema desde el 68′ hasta hoy) ¿No es el enamoramiento una herida, una apertura de una herida para amar?

El amante suspira en las esperas, en los silencios, en los miedos, en las dudas; espera una palabra del otro que le confirme que está herido tanto como él, una herida en la que reconoce la suya. Es ahí, en ese encuentro de heridas, de fragilidad, donde nace el amor. Muchos hablan del amor como una elección, pero toda elección es fruto de una herida ya abierta, el enamoramiento ya es amor.

Paris
Foto: Valerio Pellegrini

La primera cita es un riesgo terrible a partir del cual toda la historia puede dar un giro u otro. Las imágenes, los olores, los sueños y los deseos que ambos se transmiten son el resultado de sus respectivas heridas que se vuelven comunes, universales, se transfiguran en algo que no eran. Enamorarse es ya hacerse dependiente de una herida común, es empezar a vivirla en profundidad hasta el punto en que eliges, comprendes que quizás esa no era una herida sino era el amor mismo.

A menudo, en nuestra sociedad tendemos a ver incluso la etapa del enamoramiento como algo negativo, un paso obligado o casi una pérdida de tiempo. El realismo quiere que el enamoramiento y el amor sean dos cosas diferentes, pero, en realidad, ambos son amor, sólo que el primero aún no se ha revelado a quienes ya están inmersos en él. Enamorarse es una confesión de dependencia, es dar tiempo al amor para que se revele, es la herida de vivir en el tiempo del otro y no en el nuestro, entrar en un tiempo eterno y no en el nuestro. 

Paris
Foto: Valerio Pellegrini

La emancipación no es sexual, no es económica, no tiene que ver con el poder, como subraya obsesivamente esta sociedad, sino que está paradójicamente en la dependencia, en los vínculos que se establecen a nivel espiritual, en las relaciones. Dependemos de nuestras heridas y de las de los demás. Tantos amores de hoy caen precisamente en este punto, en una dependencia irredenta, en heridas que no son acogidas. Cuántas veces hemos escuchado la frase: necesito mi espacio.

Pero, ¿qué son estos espacios sino la falta de voluntad de admitirse a sí mismo que se es dependiente? ¿No se siente perdonado por ser dependiente? No hay nada malo en ser dependiente, ¡en eso consiste el amor! La famosa independencia, o libertad, está precisamente en sentirnos perdonados en nuestra dependencia. Nuestra libertad está en perdonar nuestro no ser libres. La paz en una relación es admitir que no es nuestra y que no depende de nosotros. La unión es aceptar que unidos, en realidad, quizás no queremos estarlo.

La verdad es que hemos hecho del enamoramiento, y por tanto del amor, un miedo, o un temor a tener miedo, a mostrarnos débiles, a cubrirnos con actos materiales, pero estos descienden del vínculo y no al revés. Sólo cuando el vínculo prevalezca estarán llenos de sentido; un sentido que no hay que buscar sino que se revela a las dos heridas; un sentido que trasciende y traspasa la pareja, las paredes de las casas, una familia, una pequeña comunidad, un sentido universal, y las transforma.

La Saine
Foto: Valerio Pellegrini

Un sentido que comienza con una mirada o con el miedo a una mirada, con abrir el corazón o cerrarlo, con un intercambio de bromas o con caer mal, con la libertad, el coraje, los miedos y las angustias, con soñar y desear un futuro que aún no existe o tener miedo de él. Tal vez el amor sea soñar/desear o tener miedo de un futuro que aún no existe pero que sabemos que ya está ahí, es nuestra herida, es nuestra dependencia del amor y del otro presente, pasada y futura. Así que recuperemos el romance, tal vez el más real de los amores, la confesión de nuestra indigencia, de nuestra carencia, de nuestros vacíos, de nuestras resistencias, de un tiempo entregado sin miedo porque si el tiempo es ya eterno como nuestras heridas, entonces, nunca se pierde y nuestras pre-concepciones sobre el otro son sólo revelación de nosotros mismos.

La chaise vide, Jardin des Tuileries, Paris
Foto: Valerio Pellegrini

Me gusta pensar en el amor con una etimología poética no confirmada que ve el origen de la palabra amor en el latín a-mors, lo que va más allá de la muerte, lo que es sin muerte, quizás porque el amor es la “muerte” misma (o lo que llamamos muerte pero que en realidad es vida plena), es, como decíamos, nuestra propia dependencia de ello. Somos mendigos del amor, es decir, de Dios. Vivamos, pues, al máximo esta dependencia; vivamos este día de San Valentín como nuestra fiesta de la dependencia, la confesión de la dependencia del amor, o la del miedo a la dependencia del amor, que es Dios mismo. Vivámosla como la fiesta de la acogida del tiempo/herida del otro y, por tanto, también del nuestro, de un tiempo que es un eterno presente. Miremos a nuestro amante con una mirada romántica que huela a eterno, donde nuestra soledad se comparte, y el fuego en el corazón arde. Si el Cantar de los Cantares dice que “fuerte como la muerte es el amor”…. entonces tiene caso decir… ¡ay amor!

Paella
Foto: Valerio Pellegrini
Il paradiso perduto

Love kills, scars you from the start: dall’indipendenza alla dipendenza

Altre lingue: 🇪🇸 🇬🇧

“L’amore uccide, ti ferisce fin dall’inizio”. “L’amore non ti lascia solo”. Così recitano alcuni versi della famosa canzone dei Queen. 

In un mondo in cui viviamo nel mito dell’indipendenza e della solitudine universale l’amore sembra essere solo un pericolo dal quale scampare o col quale venire a patti per raggiungere una qualche meta prestabilita (una famiglia, dei figli, un lavoro), qualcosa da controllare, qualcosa di cui si ha paura. Ci avviciniamo alla festa di San Valentino e siamo pronti a celebrare le nostre solitudini, le nostre indipendenze, con regali che coprano la nostra paura. L’amore è dunque divenuto una formalità come un’altra? Si è ridotto ad un qualcosa da contenere nelle mura di una casa, in una coppia, in una piccola comunità? Ha forse perso la sua natura universale? È una perdita di tempo?

Siamo cresciuti in una cultura in cui il mito da seguire è quello dell’indipendenza economica, affettiva, del farcela da soli, abbiamo trasferito i paradigmi del ragionamento economico a quelli della società, siamo passati da una economia di mercato ad una società di mercato in cui tutto ha un prezzo, il prezzo della nostra indipendenza, o l’illusione di essa, il prezzo del tempo che è divenuto danaro.

Sono tanti i percorsi psicologici, di coaching, di crescita personale che celebrano ossessivamente la “libertà” e l’indipendenza. Tante persone ormai sono ossessionate dall’essere dipendenti affettivamente da qualcuno, è un male da curare, un male da evitare o se ci si è dentro da fuggire. Quando qualcosa non va in una relazione siamo pronti a definirla tossica, siamo pronti a fuggire subito, il rischio è… il rischio è…. morire. Ma non è forse questo l’amore? L’amore ferisce fin dall’inizio. L’innamoramento non è forse l’apertura di una ferita? L’innamorato non cerca forse il contrappunto della propria fragilità cercando la ferita dell’altro o creandola egli stesso?

Se ci pensiamo bene tutta la fase dell’innamoramento, oggi anch’essa vista in modo negativo in quanto perdita di tempo per raggiungere l’agognato legame corporeo, sovrastata da una sessualità imperante che copre il legame più profondo, eletta ad unico linguaggio degli amanti (la sessualità emancipa è il motto dal 68’ ad oggi), non è forse un ferirsi, un aprire una ferita per amare? L’innamorato si strugge nelle attese, nei silenzi, nelle paure, nei dubbi, attende dall’altro una parola che confermi che è ferito quanto lui, una ferita in cui riconosce la sua. Ecco che lì in questo incontro di ferite, di fragilità, scocca l’amore. Tanti parlano di amore come una scelta, ma ogni scelta è frutto di una ferita già aperta, l’innamoramento è già amore.

Paris
Foto: Valerio Pellegrini

Il primo appuntamento è un rischio terribile dal quale tutta la storia potrà prendere una piega o un’altra, le immagini, gli odori, i sogni e i desideri che i due si trasmettono sono frutto delle rispettive ferite che diventano comuni, universali, si trasfigurano in qualcosa che prima non erano. L’innamoramento è già un diventare dipendenti da una ferita comune, è iniziare a viverla nel profondo fino al punto in cui si sceglie, si capisce che forse quella non era una ferita ma era l’amore stesso.

Spesso nella nostra società tendiamo a vedere anche la fase dell’innamoramento come negativa, un passaggio obbligato o quasi una perdita di tempo. Il realismo vuole che l’innamoramento e l’amore siano due cose diverse, ma in realtà sono tutti e due amore, solo che il primo non si è ancora rivelato a coloro che già ci si trovano immersi dentro. L’innamoramento è una confessione di dipendenza, è un dare tempo all’amore di rivelarsi, è la ferita del vivere nel tempo dell’altro e non il nostro, entrare in un tempo eterno e non nostro.      

Paris
Foto: Valerio Pellegrini

L’emancipazione non è sessuale, non è economica, non è di potere come questa società ossessivamente rimarca ma è paradossalmente nella dipendenza, nei legami che si stabiliscono a livello spirituale, nelle relazioni. Siamo dipendenti dalle nostre ferite e da quelle degli altri. Tanti innamoramenti e amori oggi cadono proprio su questo punto, in una dipendenza non redenta, in ferite che non sono accolte. Quante volte abbiamo sentito la frase: ho bisogno dei miei spazi.

Ma cosa sono questi spazi se non il non voler ammettere a sé stessi di essere dipendenti? Il non sentirsi perdonati nell’essere dipendenti? Non c’è nulla di male nell’essere dipendenti, è proprio quello l’amore! La famosa indipendenza, o libertà, è proprio nel sentirci perdonati nella nostra dipendenza, la nostra libertà è nel perdonare il nostro non essere liberi, la pace in una relazione è ammettere che essa non è nostra e non dipende da noi, l’unione è l’accettare che uniti in realtà forse non vogliamo esserlo.

La verità è che abbiamo reso l’innamoramento e quindi l’amore una paura, o una paura di avere paura, di mostrarci deboli, da coprire con atti materiali, ma questi discendono dal legame e non viceversa. Solo quando il legame prevarrà allora saranno pieni di senso, un senso che non si deve cercare ma che si rivela alle due ferite, un senso che trascende e travalica la coppia, le mura delle case, una famiglia, una piccola comunità, un senso universale che le trasforma.

La Saine
Foto: Valerio Pellegrini

Un senso che inizia con uno sguardo o con la paura di uno sguardo, un senso che inizia con un aprire il cuore o il chiuderlo, con uno scambio di battute o con uno starsi antipatici, con la libertà, il coraggio, le paure e le ansie, con il sognare e desiderare un futuro che ancora non c’è o un futuro di cui avere paura. L’amore forse è proprio sognare/desiderare o temere un futuro che ancora non esiste ma che sappiamo esserci già, è la nostra ferita, è la nostra dipendenza dall’amore e dall’altro presente passata e futura. Recuperiamo dunque il romanticismo, forse il più reale degli amori, la confessione della nostra indigenza, della nostra mancanza, dei nostri vuoti, delle nostre resistenze, di un tempo donato senza paura perché il tempo se è già eterno come le nostre ferite, allora, non è mai perso e le nostre precomprensioni sull’altro sono solo rivelazione di noi stessi.

La chaise vide, Jardin des Tuileries, Paris
Foto: Valerio Pellegrini

Mi piace pensare all’amore facendo riferimento ad una etimologia poetica non confermata che vede l’origine della parola amore nel latino a-mors, ciò che va oltre la morte, ciò che è senza morte, forse perché l’amore è la “morte” stessa (o quello che noi chiamiamo morte ma che in realtà è vita piena). E’, come dicevamo, la nostra dipendenza stessa da esso. Siamo mendicanti di amore ossia di Dio. Allora viviamoci questa dipendenza al massimo! Viviamoci questo San Valentino come la nostra festa della dipendenza, della confessione della dipendenza dall’amore, o della paura della dipendenza dall’amore, che è Dio stesso. Viviamocela come la festa dell’accoglienza del  tempo/ferita dell’altro e quindi anche del/lla nostro/a, di un tempo che è un eterno presente. Guardiamo la nostra amata o il nostro amato con uno sguardo romantico che sa di eterno, in cui, la solitudine, dell’altro si fa parte e il fuoco nel cuore arde. Se il cantico dei cantici dice che “forte come la morte è l’amore”…. allora è proprio il caso di dire… ay amor!

Paella
Foto: Valerio Pellegrini
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